di Justin Torres
Bompiani - 140 pagine - 16 Euro
Montagne russe? Ma per favore. A che ti servono quando la tua vita è un ottovolante e la tua famiglia è uno zoo?
L'io narrante è un ragazzino senza nome, fratello minore di tre in una famiglia squinternata in cui si diventa maggiorenni a sette anni su una bestemmia, con una madre che non sa quel che fa e un padre che sarebbe meglio se non lo sapesse.
E ce n'è di "animalità" in questo libro, di si può dire che ci sia solo quella. Niente teorie, niente pensiero, parole quante ne servono e senso logico zero: oche, locuste, vermi, cani randagi e cani bastardi.
I ragazzini sono loro stessi un animale, prima tutti insieme una bestia sola, poi iniziano a essere un branco, e lentamente e con fatica e con fortuna cercano di essere poi persone, in un processo fluido in cui spesso tornano indietro e ridiventano una bestia-branco e poi si riseparano. Non c'è da imparare, c'è da guardare però: c'è energia e fortuna e vitalità.
Era tanto che non mi capitava di fare nottata per finire un libro, e non chiedermi perché stavolta sì: "perché" in questa storia è una parola bandita. Perché sì. Questo libro succede, e basta. Succede in frammenti, senza un disegno dietro, proprio come la vita: quando l'ho sfogliato in libreria mi sembrava che fosse un libro di racconti, i capitoli sono brevissimi e indipendenti.
Un paio di cadute: in un punto una frase di troppo, e soprattutto un provvidenziale diario che guardacaso zompa fuori all'ultimo, giusto in tempo per essere letto e concludere il libro. Pazienza. In un romanzo come questo anzi è quasi ammissibile, come dicevo le cose capitano e basta, e per la maggior parte non hanno senso. E c'è pericolo, la vita di questi ragazzini è pericolosa: lo è come lo è sempre per i bambini, per loro un po' di più.
E sì, alla fine ce la faranno, diventeranno persone. È questa la sconfitta.